
La Treccani, in una sorta di gioco in alternanza tra botte e cerchio, indica tutti i nomi con i quali il mais è noto in Italia, senza fare distinzioni storico-geografiche: formentone, frumento, granone, polenta, meliga e, anche, grano d'India.
Quando si parla dell'origine lombarda della polenta si cita, immancabilmente, Manzoni, e più precisamente quel passo dei VI capitolo dei Promessi Sposi dove si descrive la � polenta � preparata da Tonio per Renzo. Manzoni, però, parla di massa grigiastra, disposta dal buon uomo sul tagliere di faggio: è infatti una polenta bigia, fatta con grano saraceno, assai diffuso nelle zone prealpine e particolarmente nelle zone di Como, Treviso, Belluno.
Si tratta di un grano � povero �, originario dell'Asia centrale, che può essere coltivato anche nei paesi meno caldi.
� anche un grano senza pretese: tanto chesi può seminare dovunque ed è di rapido sviluppo, purchè venga difeso dalle gelate, cui è molto sensibile.
A proposito di polenta fatta con grano diverso dal mais, ricordiamo che fino al Medioevo, e anche più tardi, essa veniva preparata col grano farro, che si pensa fosse conosciuto persino dagli uomini primitivi i quali, tra l'altro, usavano consumarlo abbrustolito. Tra quella usanza primitiva e i costumi delle nostre campagne troviamo una soluzione di continuità a dir poco impressionante, perchè anche nelle campagne, ancor oggi - non solo presso i contadini italiani - si usa far abbrustolire le fette che si spalmano poi di burro o si intingono nel latte. Come al solito, quindi, non c'è nulla di nuovo sotto il sole! Se non ha ispirato proverbi, è indubbio però che la polenta ha pizzicato la lira di molti poeti, il più famoso dei quali, Carlo Porta, ha scritto un breve ma incisivo sonetto. L'origine di queste rime, o meglio la loro occasione, è presto detta. Porta era un ghiottone ed un suo amico gli fece avere un certo numero di uccelletti, tordi per la precisione. Quale destino migliore che l'accoppiarli alla polenta? Il risultato di quel piatto fu tale che il buon Carlin, per ringraziare l'amico, prese la penna in mano e stese questi versi: � Quanto ai tordi, quanto ai merli, / eran pingui, freschi e sani / che una gioia era il vederli, / il palparli con le mani. / Ma la gioia la più intensa / quella fu dei convitati, / allorquando sulla mensa / caldi caldi fur portati. / Volti in candide indumenta, / con lardosa maestà, / sedean sopra una polenta / come turchi sul sofà�.
D'altronde, anche Goldoni ebbe il modo di far elogiare la polenta al suo Arlecchino nel la � Donna di garbo �: il che ci pare giustissimo, perchè la povera maschera ha sempre sofferto una gran fame e certo il profumo rustico della polenta fumante scodellata dal paiolo sul piatto di legno deve aver costantemente attirato gli appetiti del suo stomaco vuoto.